Gentili Consiglieri, Carissimi Concittadini,
siamo prossimi ai cinquant’anni dal terremoto del 6 maggio 1976: cinquantanove secondi che squarciarono la notte e segnarono per sempre una linea netta tra il prima e il dopo.
Molti di noi, per ragioni anagrafiche, non erano ancora nati. Eppure quella notte vive nella memoria collettiva di tutti noi. Vive in un suono, diventato simbolo: la registrazione casuale di un ragazzo che stava ascoltando Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd, quando un boato improvviso interruppe la musica. La corrente saltò, e la puntina del giradischi iniziò a incidere su nastro le vibrazioni di una terra sconvolta da una forza inaudita.
Furono cinquantanove secondi interminabili. Un sisma di magnitudo 6,5 che, come il leggendario Orcolàt delle tradizioni popolari, colpì il Friuli con violenza devastante: interi paesi rasi al suolo, 990 vite spezzate, centomila persone senza casa.
Oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, quella ferita resta profonda. Ma insieme al dolore, resta anche il dovere della memoria. Un dovere che non è solo commemorazione, ma responsabilità: ricordare significa comprendere, trasmettere, non dimenticare.
A quella tragedia, il Friuli seppe rispondere con una forza straordinaria. Fu il “momento della scelta”: la decisione di non arrendersi, di ricostruire, di restare. Nacque allora un patto solidale tra istituzioni, comunità e cittadini che rappresenta ancora oggi un esempio virtuoso.
Guidata dal commissario straordinario Giuseppe Zamberletti e ispirata al principio “Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”, indicato dall’arcivescovo di Udine Alfredo Battisti, la ricostruzione divenne un modello riconosciuto di efficienza, partecipazione e visione, capace di evitare lo spopolamento e restituire futuro a un intero territorio.
In quei luoghi segnati dalla distruzione, tra le baracche degli sfollati e la polvere delle macerie, è cresciuta una generazione. Una generazione educata al valore del lavoro, della solidarietà, della dignità. Molti di noi sono figli di quei racconti: storie tramandate da nonni e genitori, fatte di paura, ma anche di coraggio e determinazione.
Oggi spetta a noi rendere omaggio a quella comunità.
Alle vittime, innanzitutto.
Ai sopravvissuti, ai volontari, alle forze dell’ordine, ai vigili del fuoco, agli alpini, a tutti coloro che, con impegno e spirito di servizio, contribuirono alla rinascita.
Da questo modello nacque la Protezione Civile che ispirò ogni angolo del nostro paese.
Spetta a noi trasmettere quei valori, quella forza, quella dignità alle nuove generazioni, troppo spesso offuscate dall’illusione dei social. Spetta a noi rinnovare il ricordo di chi ha perso la vita e di chi ha saputo, con coraggio, ridare speranza.
Il DNA dei friulani è, e deve restare, quello della ricostruzione e della solidarietà: di chi, scampato al pericolo, ha aiutato, ospitato, sostenuto gli altri senza esitazione. A cinquant’anni da quella tragedia, abbiamo bisogno di nuove testimonianze di questi valori, forse meno visibili e meno celebrati di un “like”, ma infinitamente più profondi e duraturi.
In un mondo profondamente cambiato rispetto a quel Friuli che si affacciava alla modernità, restano imprescindibili i principi che allora hanno guidato la rinascita e che ancora oggi devono orientarci: onestà, laboriosità e solidarietà.”